L’acciaio ha bisogno della dematerializzazione

Intervenendo all'assemblea annuale di Federacciai, il ministro Federica Guidi ha ricordato come, da almeno 150 anni, l'acciaio è “parte integrante e imprescindibile del nostro sistema produttivo. Fino a circa 20 anni fa il 7-8% della produzione mondiale di acciaio era made in Italy”.
Il settore sta però vivendo un progressivo ridimensionamento, che ha riportato i valori della produzione italiana a quelli di quasi 40 anni fa. Malgrado questo il fatturato stimato rimane superiore a 34 miliardi di euro e impiega direttamente oltre 40mila addetti, che si triplicano se consideriamo tutta la metallurgia.
Numeri che hanno portato, nel 2014, a produrre quasi 24 milioni di tonnellate, con una flessione dell’1,6% rispetto all’anno precedente. I dati del primo trimestre 2015 registrano un ulteriore aggravamento, con un calo a doppia cifra (-10,2%), anche se l'Italia rimane il secondo produttore in Europa, dopo la Germania. A questo progressi declino hanno contribuito, secondo il ministro, gli elevati costi dell’energia e la rigidità del mercato del lavoro. Ma lo stesso ministro ha ricordato anche i generici “fattori che determinano la scarsa performance del nostro Paese nelle principali classifiche internazionali”. Per questa ragione, oltre a ricordare gli sforzi del Governo, per la riduzione del costo dell'energia per favorire le assunzioni, Guidi ha ribadito come “una delle strade per l’uscita del settore dalla crisi sia l'innovazione di processo e di prodotto. C’è bisogno di una nuova filosofia per affrontare la trasformazione del modello produttivo: il Governo sta “leggendo” questa filosofia attraverso le lenti di “Industry 4.0” per sostenere le imprese in questo cambiamento epocale: sfruttare la rivoluzione digitale, la dematerializzazione, come leva per tornare a “fare cose”. La flessibilità della produzione, efficienza e tempestività, interconnessione e complessità saranno gli elementi premianti rispetto a fattori tradizionali di competitività”.
Una paradosso solo apparente, soprattutto in virtù del fatto che “la perdita di competitività del nostro Paese deriva da un declino che va superato: declino nella ricerca, nel trasferimento tecnologico, nella formazione continua della forza lavoro”.

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