Le 13 zavorre che frenano la ripresa

C’è un’Italia che corre e un’Italia che frena”. Questo, in estrema sintesi, il messaggio emerso dall'ultimo rapporto dell'Ufficio Studi di Confartigianato, che ha individuato le “13 zavorre anti-ripresa” che gravano sul tessuto imprenditoriale italiano.

A fronte di 117,4 miliardi di prodotti esportati (1,5 miliardi in più rispetto al 2015) e 5 miliardi l’anno spesi in innovazione, ovvero 6.600 euro per addetto (il 6,5% in più rispetto alla media di tutte le imprese), sono ancora troppi i “record negativi” che rallentano la ripresa.

Non per nulla l’Italia è al 50° posto della classifica mondiale per le condizioni favorevoli a fare impresa.

A cominciare dal fisco: nel 2017 il carico fiscale arriva al 43% del Pil. In pratica paghiamo 24,3 miliardi di tasse in più rispetto alla media europea. Soltanto la Francia ci supera con il 47,5%. Per le piccole imprese il prelievo maggiore si registra nei Comuni più inefficienti: tra Imu, Tasi e addizionale Irpef un piccolo imprenditore paga 4.373 euro l’anno.

Sulla competitività delle imprese, poi, pesa il cuneo fiscale sul costo del lavoro dipendente, pari al 47,8%, vale a dire 11,8 punti superiore al 36% della media Ocse.

Siamo tra i peggiori d’Europa anche per la tassazione sull’energia: è pari al 2,8% del Pil, superiore di 0,9 punti rispetto alla media Eurozona.

Record negativo anche per il prezzo del gasolio pagato dalle imprese: con 1,128 euro al litro è il più alto dell’Eurozona.

Passando ad un altro fattore di produzione, l’energia elettrica costa alle piccole imprese il 25,6% in più rispetto alla media delle imprese europee.

Siamo maglia nera nell’Eurozona anche per le tariffe della raccolta rifiuti che negli ultimi 5 anni sono aumentate del 18,7% rispetto al + 7,9% della media Ue.

Le cose non vanno meglio per il credito: nel 2016 i finanziamenti alle imprese artigiane sono diminuiti di 2,7 miliardi (-5,9%) e addirittura, rispetto al 2011, il calo è stato di 13,5 miliardi (-24,3%).

Se le imprese investono in innovazione, lo stesso non si può dire per l’Italia che, in quanto a digitalizzazione, si colloca al 25° posto tra i 28 Stati dell’Ue. Ma scendiamo alla 27° posizione, davanti a Cipro, per l’accesso delle imprese alla banda larga ad alta velocità: è connesso soltanto il 15,2% delle aziende, rispetto al 31,7% della media Europea.

Non c’è da stupirsi quindi se i Comuni italiani gestiscono on line soltanto il 3,1% dei servizi richiesti dai cittadini e dagli imprenditori. Di conseguenza, soltanto il 23% degli italiani si dichiara soddisfatto dei nostri servizi pubblici, contro la media europea del 52%. Un dato che ci colloca al penultimo posto nell’Ue.

Nel frattempo gli Enti pubblici hanno accumulato un debito commerciale verso le imprese fornitrici di beni e servizi pari a 64 miliardi e si fanno aspettare in media 95 giorni (rispetto ai 46 giorni della media Ue) per saldare le fatture agli imprenditori.

Quanto, infine, al futuro delle nuove generazioni, c’è molto da recuperare: la spesa per giovani e famiglie è pari all’1,5% del Pil, contro l’1,7% della media Ue, una percentuale che ci colloca al 15° posto tra i 28 Paesi europei.

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