Le tre S del manifatturiero

Industria manifatturiera

"La produzione manifatturiera deve diventare sempre più intelligente, sicura e sostenibile”. È questa la convinzione di Rockwell Automation ribadita nel corso dell'evento 'Smart, Safe, Sustainable Manufacturing' organizzato all'interno dell'ambasciata americana di Roma. Una sede prestigiosa, che ha permesso di confermare, come ha evidenziato il sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico Stefano Saglia, “gli stretti rapporti di collaborazione tra il nostro Paese e gli Stati Uniti d'America, con l'obiettivo comune di ottimizzare produttività ed efficienza”.
Proprio l'efficienza energetica offre un duplice vantaggio: ambientale ed economico. Un fattore discriminante in Italia, dove l'energia elettrica costa il 30% in più rispetto agli altri Paesi europei. “Inoltre ridurre i consumi e aumentare la produttività consente alle nostre aziende di essere più competitive sul mercato internazionale”, ha concluso Saglia.

Ascoltare e capire

Un obiettivo al quale, come ha spiegato il Senior VP, General Consul & Secretary di Rockwell Automation Douglas Hagerman, la multinazionale americana lavora da tempo, offrendo un portafoglio di prodotti studiati per soddisfare le esigenze di produttività. Senza dimenticare che il consumo energetico, così come l'impatto ambientale, non possono essere valutati solo durante la produzione all'interno di una fabbrica, ma devono comprendere tutti i processi: dall'estrazione al trasporto delle materie prime, sino allo smaltimento dei prodotti giunti a fine vita. Le soluzioni adottate, nel contempo, sono chiamate a proteggere l'ambiente e gli investimenti, ma soprattutto l'incolumità delle persone coinvolte nel processo produttivo.
“La soluzioni dei problemi”, gli ha fatto eco Urs Marti, Emea Director South Regional Sale di Rockwell Automation, “consiste proprio nell'individuare le esigenze essenziali, partendo da un ascolto dei clienti e delle loro esigenze”.
In questo processo di produzione sempre più intelligente, capace di individuare e risolvere eventuali punti deboli, riveste un ruolo fondamentale la capacità di misurare e analizzare costantemente l'intero processo. Un aspetto sul quale la multinazionale americana ha riversato, negli ultimi anni, buona parte dei propri investimenti, creando una piattaforma software in grado di fornire, in tempo reale, le informazioni necessarie ad ottimizzare i processi. Un approccio rivoluzionario, soprattutto per le aziende italiane, spesso abituate ad operare in base a sensazioni, ma senza una misura reale ed obiettiva di quanto sta accadendo. Partendo da dati certi, è possibile identificare le migliori strategie da adottare, adottando così soluzioni che, migliorando la produttività di un'azienda, nel rispetto dei parametri di sicurezza, hanno ripercussioni immediate anche sulla sostenibilità ambientale dell'intera produzione.

Safety o Security?

La sicurezza riveste oggi un ruolo determinante nel manifatturiero, ma anche in ambito energetico e, più in generale, nell'intero settore dell'automazione. A ricordarlo è Giorgio Mosca, VP Marketing & Business Development di Elsag Datamat, una società di Finmeccanica. Proprio Finmeccanica è stata l'unica azienda al mondo, attiva nel settore aerospaziale, ad essere inserita nel Dow Jones Sostainibility Index. Un riconoscimento significativo, che dimostra come il binomio sostenibilità e sicurezza, ha sottolineato lo stesso Mosca, diventi oggi, ancor più che in passato, fondamentale in qualunque settore produttivo.
Nel frattempo, ha continuato Mosca, stanno scomparendo le differenze tra Safety e Security: “La sicurezza è oggi determinante per garantire la continuità operativa di un impianto anche in condizioni critiche. Tipicamente si pensa alla sicurezza perimetrale diversa da quella logica e organizzativa. Noi siamo invece convinti che tale distinzione, ormai, non abbia più ragione di esistere, perché si deve parlare di un unico approccio integrato alla sicurezza, che coinvolga direttamente tutte le persone di un'azienda. Questo significa, a livello produttivo, maturare la capacità di prevenire possibili attacchi o intrusioni e minimizzare i loro possibili effetti”. Un'attenzione strategica soprattutto nelle infrastrutture critiche, come quelle legate al mondo energetico o della gestione delle acque. “Poiché una produzione non può definirsi intelligente e sostenibile se è priva della necessaria sicurezza”, ha concluso Mosca.

Luci e ombre

Parlare di sostenibilità in una fase economica in cui, per molte aziende, è persino difficile sopravvivere potrebbe apparire fuori luogo. Eppure, come ha sostenuto Luca Paolazzi, direttore centro studi di Confindustria, “le aziende vincenti devono anticipare la domanda”. Un obiettivo difficile da raggiungere, soprattutto a fronte di numerosi imprenditori che ammettono di “navigare a vista” e in assenza di una leadership globale. “Per molti aspetti”, ha evidenziato Paolazzi, “siamo ancora dentro la crisi, perché le cause non sono state risolte”.
Accanto ai fattori negativi, esistono una serie di elementi incoraggianti, come il fatto che le economie sane, ad esempio quella americana, stanno reagendo. Ma Paolazzi sottolinea soprattutto il ruolo di autentico motore della crescita mondiale rappresentato dai Paesi emergenti, che contribuiscono in modo sostanziale alla crescita del Pil mondiale. Emblematico il ruolo della Cina che, grazie ai propri piani pluriennali, sta incentivando la crescita interna, sommandola a quella esterna, che tanto spaventa il manifatturiero europeo. Proprio la Cina, quindi, può diventare uno dei mercati di riferimento per l'industria italiana. Un mercato che, però, può essere conquistato solo puntando sull'innovazione.

Dieci anni persi

Tornando ad analizzare la situazione italiana, Paolazzi ha evidenziato che il Pil pro capite rappresenta un indicatore significativo della situazione di un Paese. Ed è preoccupante rilevare come un simile indicatore, in Italia, sia oggi pari al valore del 1998. Un numero che ci porta a dedurre che “abbiamo perso 10 anni di crescita”.
La crisi ha inoltre innalzato il livello di competitività. Una situazione alla quale gli americani hanno reagito con drastici ridimensionamenti di personale, mentre in Europa si è preferito adottare approcci più progressivi, sfruttando gli ammortizzatori sociali, con la conseguenza che oggi molte aziende del Vecchio Continente risultano ancora sovradimensionate rispetto alle reali esigenze del mercato.
Eppure l'Italia può essere ancora protagonista dell'economia mondiale, poiché la propria industria manifatturiera, pur avendo perso il 10% degli occupati, rimane un punto di forza, per un Paese che rappresenta la quinta potenza industriale al mondo.
All'interno dei Paesi del G10 la nostra esportazione è sostanzialmente stabile, mentre la vera svolta può essere fornita dai nuovi mercati. L'Italia è presente nell'Est Europa, nell'Africa e nel Medioriente, ma è necessario che rafforzi la propria presenza in America Latina e in Cina. Questo soprattutto in considerazione degli studi che prevedono come, nel 2030, solo il 20% del Pil mondiale sarà prodotto negli Stati Uniti e il 15% in Europa. Il restante 65% verrà dal resto del mondo e questo impone un sostanziale ripensamento di tutte le politiche industriali: oggi un miliardo di persone dispongono di un reddito superiore a 30mila euro e, nei prossimi cinque anni, altre 600 milioni di persone supereranno questa soglia, soprattutto in Cina e India, due mercati dai quali l'industria italiana non può più prescindere.
In un processo di rinnovamento, in cui l'innovazione tecnologica deve essere il motore, Paolazzi ha spiegato come numerose aziende italiane abbiano modificato il proprio processo produttivo, utilizzando sempre più l'outsourcing, soprattutto nelle fasi di pre e post produzione, per concentrarsi sull'ottimizzazione del proprio coreBusiness. Al punto che, attualmente, solo un quinto del fatturato di un'azienda è il prodotto direttamente all'interno.
Solo investendo in innovazione, però, possono crescere qualità e margini, che invece si sono drasticamente ridimensionati negli ultimi anni.
In Italia, ha continuato Paolazzi, esistono numerose imprese innovative, ma servono investimenti significativi in ricerca e sviluppo e lo Stato è chiamato a supportare questo processo evolutivo.
La flessibilità e la dedizione che, sinora, hanno contraddistinto le Pmi italiane rischia ormai di non essere sufficiente per rimanere sul mercato da protagonisti. “Le aziende italiane”, ha concluso Paolazzi, “devono essere leader, non terzisti. Per reagire alla competizione è necessario smaterializzare i prodotti. Servono nuove logiche basate su un'elevata qualità ed una maggior innovazione d'uso, con prodotti sempre più industrializzati. Le aziende, unendo le proprie competenze, possono rafforzarsi a vicenda”.

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