Tra dieci anni torneremo alla crescita del 2007

“Nel corso dell’estate lo scenario è ulteriormente peggiorato. Le tensioni geopolitiche non si sono mitigate. Al contrario, sono state intensificate dal fallito golpe in Turchia, dal risultato shock delle elezioni politiche in un Land tedesco e dai nuovi attentati terroristici”.

Sono queste, in estrema sintesi, le considerazioni che emergono da “Scenari economici - Le sfide della politica economica”, un'approfondita analisi presentata a metà settembre dal Centro Studi di Confindustria.

Secondo gli esperti, inoltre, “l’andamento dell’economia non solo interagisce strettamente e nei due sensi con tale quadro politico incerto, ma di per sé si rivela più fragile dell’atteso”.

Del resto i numeri presentati sono eloquenti: ante-crisi il PIL mondiale aumentava del 3,2% annuo e gli scambi di beni del 6,8%. Ora non vanno oltre il 2,4% il primo e l’1,8% i secondi.

Uno scenario che, ovviamente, si riflette sull’economia italiana, che “presenta una debolezza superiore all’atteso. La risalita del PIL si è arrestata già nella scorsa primavera. Gli ultimi indicatori congiunturali non puntano a un suo rapido riavvio, piuttosto confermano il profilo piatto.

Sul piano dell’avanzamento economico, il Paese ha alle spalle un quindicennio perduto. Ai ritmi attuali di incremento del prodotto, l’appuntamento con i livelli lasciati nel 2007 è rinviato al 2028 mentre non verrà mai riagguantato il sentiero di crescita che si sarebbe avuto proseguendo con il passo precedente, pur lento”. Secondo il FMI, il potenziale di crescita italiano “è sceso dall’1,2% allo 0,7%. Oltre ad aver diminuito l’utilizzo della capacità produttiva ancora esistente”.

Una considerazione riguarda anche gli investimenti, “penalizzati dalla bassa redditività. Che è ai minimi storici, mentre è ai massimi la quota del lavoro sul valore aggiunto per effetto di una dinamica salariale che nel settore privato (e soprattutto nel manifatturiero) fino al 2015 è stata indifferente all’intensa recessione e al grave aumento della disoccupazione. Al contrario, in Spagna dal 2012 si è iniziato a considerare nella contrattazione le condizioni occupazionali”.

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