Quale energia nel 2030?

Energia e ambiente

Prima di affrontare qualunque tematica relativa alla produzione e alla gestione dell'energia è indispensabile analizzare lo scenario energetico mondiale e cercare di comprenderne gli sviluppi nel prossimo ventennio. Il tutto anche in considerazione del fatto che, dall'ideazione alla messa in funzione di un impianto destinato alla produzione di energia, trascorrono, necessariamente, degli anni. Per questa ragione, nel corso del seminario 'Soluzioni per il power', promosso da Emerson Process Management, Gilberto Callera, presidente di Wec Italia, ha spiegato come, in tutti gli studi mondiali, la data di riferimento sia il 2030.
È però opportuno sottolineare come, ad oggi, si delineino scenari spesso differenti. Infatti il Reference Scenario di Iea (International Energy Agency) prevede una richiesta, per quella data, superiore a 17mila Mtep, mentre l'Alternative Policy Scenario 4500 Ppm, dello stesso ente, si attesta a 'soli' 14mila Mtep. Una differenza sostanziale, influenzata anche dalla congiuntura economica globale. In ogni caso, l'aumento di richiesta energetica, rispetto ai consumi attuali, sarà compreso fra il 30 ed il 40%. Il tutto con l'aggravante che il mondo dipenderà ancora, per una percentuale compresa tra i 70 e l'80%, da energia prodotta da fonti fossili, mentre il nucleare non coprirà più di un decimo del fabbisogno.

Dove vanno i consumi

Questi numeri indicano che, nel prossimo futuro, la domanda energetica globale crescerà, mediamente, dallo 0,8 all'1,5% su base annua. Ma è impressionante il fatto che Paesi come la Cina e l'India richiederanno, entro vent'anni, oltre il 50% di energia in più rispetto a quella consumata attualmente. Il tutto aggravato dal fatto che proprio questi Paesi si sono dimostrati poco attenti al rispetto dell'ambiente.
Un ulteriore elemento da considerare, per una corretta pianificazione della produzione energetica e degli investimenti in ambito produttivo, è legato al fatto che, attualmente, in Cina ci sono 20 auto ogni 1.000 abitanti, mentre in India ogni cittadino consuma mediamente 500 kWh, contro i 13mila di un americano. Due numeri dai quali è facile intuire che, in queste aree, la richiesta di energia sarà trainata dai trasporti privati, in cui i derivati del petrolio rappresentano la fonte di riferimento, e dall'elettricità impiegata in ambito domestico.

Fattori determinanti per il futuro

Alla luce di questi dati è immediato comprendere che l'attenzione dovrà essere focalizzata su tre elementi essenziali: ambiente, sicurezza negli approvvigionamenti e costi dell'energia stessa. I Paesi Occidentali, da anni, investono proprio per la riduzione della CO2 immessa nell'atmosfera. Ma la crescita della richiesta energetica e la scarsa attenzione di alcune aree geografiche, secondo le proiezioni della stessa Wec, faranno crescere la CO2 prodotta annualmente dalle attuali 30 Gt alle oltre 40 del 2030. Un valore al quale i Paesi in via di sviluppo contribuiranno per una percentuale valutabile nel 45%.
“Il problema”, spiega Callera, “È quello di convincere anche Paesi come Cina e India, che ad oggi non hanno ha firmato nessun accordo, a ridurre le proprie emissioni”.

Un nuovo approccio

A fronte di questa situazione, il vertice di Copenhagen ha avuto il positivo effetto di modificare l'approccio precedentemente sancito dagli accordi di Kyoto. Anziché fissare limiti annuali, spesso legati alla capacità di negoziazione dei politici, sono stati varati standard di settore, relativi ai consumi degli elettrodomestici, degli edifici, dei motori... Una simile modalità comporta un criterio di equità nella riduzione delle emissioni. Le aziende, così come tutti Paesi, sarebbero infatti sottoposte a identiche regole, favorendo una corretta competizione. Emblematici, in questo ambito, la messa al bando delle lampadine ad incandescenza, così come l'obbligo di equipaggiare le macchine con motori elettrici ad alta efficienza. Si tratta, quindi, di regole valide su tutto il territorio. Ma, affinché un simile modello garantisca effetti globali, è necessario che tutti Paesi si assumono impegni paragonabili a quelli sottoscritti dai membri dell'unione europea e dal Giappone.

Un'autarchia impossibile

Limitare l'analisi agli aspetti ambientali sarebbe però riduttivo, poiché nessuna valutazione può prescindere dalla sicurezza degli approvvigionamenti e, quindi, dalla disponibilità delle fonti energetiche. Fonti il cui controllo è, in molti casi, centralizzato nelle mani di pochi soggetti. Basti pensare che oggi l'80% delle riserve mondiali di idrocarburi sono controllate da compagnie nazionali, alcune delle quali riferite a Paesi, come Iran, Iraq e Venezuela, fortemente politicizzati e caratterizzati da atteggiamenti estremistici. Anche per questa ragione gli Stati Uniti hanno varato un programma di produzione di gas naturale non convenzionale, con l'obiettivo di ridurre la propria dipendenza dai fornitori esteri. Una strategia non perseguibile dall'Europa, sempre più legata ai produttori di queste materie prime. Emblematico, in tale ambito, il fatto che un recente studio della Commissione Europea abbia valutato che, nel 2030, la produzione energetica del Vecchio Continente dipenderà, per il 67% (contro l'attuale 56%) dall'importazione. Inoltre il 95% del petrolio utilizzato sarà estratto in paesi extra-europei.
Da queste considerazioni non può essere trascurato nemmeno l'impatto economico, considerando il fatto che i costi di estrazione e trasporto faranno crescere ulteriormente il prezzo di petrolio e gas naturale. Il problema, contrariamente a quanto ipotizzato alcuni anni fa, non sarà quindi nella disponibilità delle riserve, quanto nell'incremento dei costi di estrazione.
Allo stesso modo Callera ricorda come, allo stato attuale, i costi per la costruzione di centrali elettriche (raddoppiati in meno di un decennio) siano particolarmente elevati. In parallelo l'energia prodotta da fonti alternative, una volta detratti i contributi Governativi, ha un costo maggiore rispetto a quella proveniente dalle fonti tradizionali e, per tale ragione, gli investimenti imprenditoriali risultano necessariamente contenuti. Anche se è legittimo attendersi che, nel prossimo futuro, lo sviluppo tecnologico contribuirà a far diminuire i costi.

Quale energia
L 'eolico ed il solare rappresentano due settori sui quali si sta investendo maggiormente, con l'obiettivo di rendere la produzione economicamente competitiva. Un discorso a parte, invece, deve essere riservato alle centrali nucleari. Questo perché, come spiega Callera, “se il problema è la produzione di CO2, il nucleare è la soluzione”. Non possiamo però dimenticare che le cosiddette centrali di quarta generazione non saranno realizzate prima del 2030. Per il prossimo futuro è quindi necessario investire sulle tecnologie già disponibili attualmente, così come stanno facendo, in modo significativo, Cina e Usa.
Analogamente, in fase sperimentale, sono stati raggiunti ottimi risultati dagli impianti di CCS (Carbon Capture e Storage), che consentono di imprigionare l'anidride carbonica prodotta. Il vero ostacolo, però, è ancora di tipo economico. Poiché, per passare dalla fase prototipale a quella reale, è necessario assegnare un reale valore economico alla CO2 non immessa nell'atmosfera.
Una soluzione, seppur parziale, alle esigenze energetiche, potrebbe provenire dalle cosiddette smart grid, ovvero reti elettriche estese alimentate, nelle singole fasi, da differenti fonti energetiche. Per garantire l'efficacia di simili strutture è però indispensabile creare un sistema di gestione intelligente e particolarmente complesso, per il quale sono ancora necessari ingenti investimenti.
Del resto il settore energetico si trova in una situazione particolarmente complessa. Notevoli pressioni, infatti, provengono dalla crescita dei costi, così come è necessario incrementare l'uso delle energie rinnovabili. Il tutto aggravato dalle incertezze normative sugli incentivi ed i limiti di emissione. Una condizione che porta la tecnologia ad occupare un ruolo centrale nello sviluppo futuro del settore energetico, anche in considerazione degli ingenti investimenti necessari per sfruttare adeguatamente le fonti alternative e, contemporaneamente, aumentare l'efficienza dell'intero sistema.
Il settore è però fortemente normato e caratterizzato da incentivi e disincentivi in grado di modificare sostanzialmente i valori in gioco, oltre agli investimenti e alle possibili ricadute sul business.
Callera, infine, sottolinea come anche la finanza giochi un ruolo critico in questo scenario, in quanto è oggi chiamata a supportare concretamente l'innovazione. Per tale ragione, a livello politico, si sta facendo pressione sulle banche per sollecitarle a mettere a disposizione i capitali necessari per investire concretamente proprio nella ricerca orientata a ottimizzare i consumi.

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