Ripensare la formazione: digitalizzare le competenze per creare più valore

«Oggi c’è un’offerta esagerata sulla formazione 4.0, che sta creando una sorta di parassitismo intorno alle nostre piccole e medie imprese. Ma serve ancora fare formazione su cos’è il 4.0 e sulle tecnologie abilitanti?», esordisce Gianluigi Viscardi, presidente di Dih (Digital Innovation Hub) Lombardia e coordinatore nazionale della rete dei Dih di Confindustria.

Il tono, un po’ provocatorio, tipico di un uomo d’azienda che va dritto all’obiettivo, prelude alla possibilità di ripensare e riformulare la formazione dei lavoratori così come è impostata oggi. Una rottura degli schemi che richiede premessa sul ruolo e sulle azioni finora intraprese dai Dih.

Il ruolo dei Dih e le potenzialità non ancora comprese

Il Piano Industria 4.0, oggi Transizione 4.0, è fondato su tre pilastri: il potenziamento dei Cluster tecnologici, la costituzione di Centri di Competenza e la creazione di Digital Innovation Hub. Confindustria cha deciso di investire sulla costituzione della rete nazionale dei Dih. «C’è stato un grande impegno da parte di Confindustria che ha messo in piedi una vera e propria macchina da guerra, costituendo 23 Dih», ci dice Viscardi.

Gianluigi Viscardi è presidente del Digital Innovation Hub Lombardia e coordinatore nazionale della rete dei Dih di Confindustria, ma anche fondatore e presidente di Cosberg. Infine, è vicepresidente del Cluster Fabbrica intelligente

«I Dih hanno una dimensione regionale e sono finanziati dalle associazioni territoriali che fanno capo a Confindustria, ad esempio in Lombardia sono nove le associazioni. A loro volta, i Dih rispondono a un coordinamento nazionale, fondamentale per rendere omogenee ed equilibrate tutte le attività legate alla digitalizzazione sul territorio nazionale. È una struttura che ha grandi potenzialità ancora non comprese». Una delle attività fondamentali condotta dai Dih è l’assessment sulla maturità digitale delle imprese e la realizzazione di un piano di azioni strategiche per il miglioramento del processo di innovazione. «A oggi abbiamo svolto un assessment a oltre 1.800 imprese, sedendoci attorno a un tavolo e verificando la situazione reale di ogni singola realtà», spiega Viscardi.

Cos'è l'assessment sulla maturità digitale

Si tratta dell’analisi del grado di maturità digitale delle aziende e di un conseguente action plan di azioni strategiche per il miglioramento del processo di innovazione. Confindustria, Politecnico di Milano e Assoconsult hanno messo a punto uno strumento che permette di conoscere il proprio livello di maturità digitale, evidenziando quelle aree che, in coerenza con la strategia dell’azienda, richiederanno azioni di sviluppo.

Il livello di maturità viene misurato rispetto alle possibilità offerte dalle logiche Industria 4.0 su quattro dimensioni di analisi (Esecuzione, Monitoraggio e Controllo, Tecnologie e Organizzazione) e lungo tutti i processi che compongono la catena del valore. Il valore aggiunto del test deriva dall’opportunità di riflettere su come ogni processo aziendale possa evolvere per effetto delle tecnologie digitali. L’assessment, l’analisi e la condivisione di un action plan sono forniti gratuitamente in quanto si tratta di un servizio dei Dih volto ad aiutare le pmi a migliorare la propria competitività.

All’assessment segue la stesura di una roadmap individuale che, partendo dalle problematiche dell’azienda emerse anche in relazione al mercato di riferimento, indica le misure da intraprendere e la tempistica da seguire per realizzare un piano di innovazione e trasformazione digitale. «Questo tipo di attività, che i Dih offrono gratuitamente perché è un servizio alle imprese, non si improvvisa e richiede cultura e competenze», afferma Viscardi.

«L’importanza e il valore di questa attività, che viene realizzata con uno strumento messo a punto con il Politecnico di Milano e Assoconsult, è di avere un unico metro di misura e valutazione su tutto il territorio nazionale». Per portare avanti il piano dell’assessment è stato parallelamente avviato un progetto con Federmanager, la quale ha fornito 23 manager per gestire l’attività su tutto il territorio nazionale.

«Ora, ci stiamo spingendo a fare assessment di filiera, seguendo la logica del Cluster Fabbrica Intelligente (di cui Viscardi è stato presidente ed è attualmente vice presidente, ndr.) delle aziende faro, i lighthouse plant», continua Viscardi. «Abbiamo iniziato con Ansaldo Energia, monitorando la filiera che ruota intorno all’azienda, per far emergere valore per le micro e piccole imprese che le costituiscono. Sono seguiti quelli di Abb, Leonardo e Hitachi, oltre ad alcune aziende di Enel». Veniamo ora al tema della formazione delle competenze 4.0.

La formazione e il valore delle conoscenze

«Di 4.0 ne parla chiunque, in qualsiasi ambito. Il concetto è ormai sdoganato», ci dice Viscardi. «Il problema della formazione delle competenze nelle pmi lo sposterei su un altro piano. Oggi in una pmi se il capo officina o il programmatore decidono di lasciare l’azienda, si crea un problema enorme. Ciò che serve a una pmi è digitalizzare le conoscenze e il know-how del saper fare dei propri specialisti, facendoli diventare patrimonio dell’azienda. Così si crea del valore e l’azienda è in grado di trasferire le competenze a nuovi addetti». Il valore del capitale umano diventa, quindi, centrale e le conoscenze vanno ad arricchire il patrimonio dell’azienda.

Qui si inserisce una riflessione: «A questo punto, del percorso di trasformazione digitale iniziato circa quattro anni fa serve ancora fare formazione su cos’è il 4.0 e sulle tecnologie abilitanti? O è forse giunto il momento di riformulare il concetto del progetto formativo, mettendo le aziende stesse al centro di questo processo per fare formazione, in continuità, in funzione dei processi produttivi, e creare un patrimonio delle conoscenze? Ciò che serve è un progetto per fare crescere valore nelle aziende, è il momento di scaricare a terra il know how delle aziende e trasformarlo in patrimonio aziendale».

È vero anche che, oggi, una pmi che decide di dotarsi di un macchinario 4.0 complesso ha poi il problema di trovare addetti e personale in grado di utilizzarlo. Per questo gli Its stanno formando i supertecnici e le università con i nuovi corsi di laurea sulle tecnologie abilitanti del 4.0 ormai trasversali a diversi ambiti, stanno creando i nuovi specialisti e la nuova classe dirigente.

E questa è la seconda riflessione: «Si pensi alla tecnologia racchiusa in uno smartphone e alle enormi potenzialità per nulla sfruttate. Ebbene, non serve una formazione specifica per usarlo, addirittura è lo strumento stesso che suggerisce all’utente come utilizzarlo. Perché non trasferire questo modello anche in ambito industriale? Perché non realizzare macchinari più user-friendly? Si pensi alle automobili di nuova generazione: sono veri gioielli di tecnologia, ma non serve un corso di formazione per guidarle, né una laurea in ingegneria».

Il mondo industriale va verso una produzione sempre più personalizzata che richiede un’elevata flessibilità dei sistemi produttivi. «Una pmi che inizia un progetto di digitalizzazione deve aver ben chiari i propri obiettivi per poter ottimizzare il percorso. Il primo approccio fatto dai Dih possiamo assimilarlo all’intervento del medico di base, che consente di fare una prima diagnosi e di inquadrare l’obiettivo. A questo segue il supporto dei medici specializzati, nel nostro caso i Competence Center, che forniranno alle pmi gli strumenti per realizzare il proprio progetto di innovazione», conclude Viscardi. Così la transizione digitale del nostro sistema industriale, speriamo, possa procedere spedita.

 

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