Efficienza energetica: le due facce dei Certificati Bianchi

Da meccanismo incentivante a strumento burocratico: un aggiornamento sui Certificati Bianchi, i titoli di efficienza energetica, insieme a Davide Chiaroni del Politecnico di Milano. 

Nel 2020 si è riscontrato un sensibile calo degli investimenti per l’efficienza energetica nel comparto industriale: si parla di quasi il 20% in meno rispetto al 2019, secondo il Digital Energy Efficiency Report 2021 della School of Management del Politecnico di Milano.

Il trend è da attribuire non tanto all’annus horribilis della pandemia, che sicuramente ha avuto un impatto come in altri settori colpiti anche più pesantemente, quanto a un quadro normativo incerto, in particolare per quel che riguarda i Certificati Bianchi.

Davide Chiaroni

Si tratta dei titoli di efficienza energetica rilasciati dal Gse, la società che gestisce i servizi energetici controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che certificano il risparmio energetico conseguito da vari soggetti realizzando specifici interventi.

A Davide Chiaroni, vicedirettore dell’Energy & Strategy Group, School of Management del Politecnico di Milano, abbiamo chiesto di spiegare il meccanismo che sottende ai Certificati Bianchi per meglio comprendere le ragioni che hanno portato a una crisi importante del settore e, perché no, a ragionare anche su possibili suggerimenti.

 

Cosa sono i Certificati Bianchi e a cosa servono?

"Il Certificato Bianco è un titolo, negoziabile, che certifica il conseguimento di risparmi negli usi finali di energia attraverso interventi e progetti di incremento dell’efficienza energetica. È una sorta di strumento finanziario (un certificato equivale al risparmio di una Tonnellata Equivalente di Petrolio, ndr), pensato come un acceleratore di mercato. Il meccanismo dei Certificati Bianchi è attivo dal 2005 ed è il principale strumento di promozione dell’efficienza energetica in Italia", dice Chiaroni.

"n pratica, consente a chi realizza l’intervento - che può essere un’azienda, una Esco in qualità di fornitrice di servizi e soluzioni in campo energetico o il fornitore di tecnologia - di ottenere un extra sul risparmio energetico che viene monetizzato con la vendita del certificato rilasciato dal Gse a seguito dell’intervento di efficientamento. In questo modo si garantisce una maggior distribuzione degli oneri e dei rischi delle diverse parti coinvolte, rendendo l’investimento più sostenibile.

In sostanza, il concetto intangibile del risparmio energetico viene così visualizzato e monetizzato attraverso un certificato quale flusso di ricavo in ingresso. E, dall’altra parte, questo consente alle Esco di finanziare qualche investimento in più perché il certificato è un flusso finanziario".

Qual è il ruolo delle Esco in questo mercato?

"Il sistema individua nelle Esco, le società di servizi energetici specializzate nella gestione dell’efficienza energetica, i cosiddetti 'soggetti obbligati' per i quali sono previsti obblighi di risparmio di energia primaria con obiettivi da raggiungere stabiliti di anno in anno.

I soggetti obbligati possono adempiere alla quota d’obbligo di risparmio in due modi: realizzando direttamente i progetti di efficienza energetica o acquistando i titoli. È in questa dinamica che il Certificato Bianco è sicuramente stato un acceleratore, perché ha incentivato e alimentato automaticamente il mercato.

La Esco può dunque acquisire un risparmio energetico fatto da terzi attraverso l’acquisto dei Certificati Bianchi, mentre una società industriale che fa un intervento di abbattimento di energia ed emissioni può solo vendere i Certificati Bianchi ottenuti, monetizzando il risparmio energetico ricavato e quindi riducendo i tempi di rientro dell’investimento iniziale, che spesso è ingente e si fatica a vederne i benefici sul fronte economico".

Cosa può dirci sulla crisi dei Certificati Bianchi?

"I Certificati Bianchi hanno funzionato bene perché hanno fatto crescere il mercato, creando una dinamica positiva, ma le riforme che si sono susseguite negli ultimi anni - l’ultima è stata introdotta proprio nel 2021 - hanno invertito la rotta di questa dinamica, rallentando il mercato.

Nel 2020 sono stati riconosciuti 1.720.903 certificati, circa 1.180.000 in meno rispetto all’anno precedente, pari a una riduzione del 41%. Negli ultimi due anni, il numero di Certificati Bianchi riconosciuti si è praticamente più che dimezzato".

Stiamo, dunque, parlando di riforme peggiorative?

"Le riforme hanno introdotto alcune modifiche importanti al meccanismo dei Certificati Bianchi che sono alla base della crisi di questo mercato: è stato definito un valore massimo ai certificati, è stato reso molto più complicato l’iter di presentazione della richiesta per l’ottenimento dei certificati stessi ed è stato ridotto l’obbligo in capo ai distributori di energia in merito agli obiettivi di sostenibilità.

La combinazione di questi tre fattori ha inciso negativamente sul mercato dell’efficienza energetica, sostanzialmente raffreddandolo e rendendolo meno liquido. In pratica si è tolto ai Certificati Bianchi quel valore di stimolo avuto in passato".

Perché le riforme sono andate in questa direzione?

"Ci possono essere un paio di motivi. Da un lato si sono un po’ ridotte le risorse per questo sistema di incentivazione, dato il proliferare di molte altre iniziative su diversi fronti. L’altro aspetto riguarda l’applicazione da parte del Gse dell’obiettivo della norma. Questo tipo di incentivo non è nato per rendere sostenibili investimenti che di fatto non lo erano, ma per aumentarne la redditività.

A un certo punto però il Gse ha preso a dare un’interpretazione un po’ più restrittiva e si è domandato se fosse opportuno rilasciare il certificato anche quando un intervento di efficientamento era già economicamente conveniente di per sé. Idealmente ha un senso, ma come si può definire a priori quali sono questi interventi? Così si è creato una sorta di blocco dovuto all’introduzione di un meccanismo meno espansivo".

Qualche suggerimento per uscire da questa situazione di stallo?

"I Certificati Bianchi sono nati come strumento di incentivazione per stimolare e ingolosire le aziende a fare interventi di efficientamento energetico, un po’ come gli incentivi per acquistare elettrodomestici di classe A.

Perché allora non tornare al meccanismo originale che aveva dimostrato di funzionare bene? Oppure, come è emerso dalle critiche avanzate dagli operatori, perché non passare ad altre forme di incentivazione? Si pensi ad esempio al superbonus per l’edilizia e al piano Transizione 4.0, che già prevedono incentivi sul fronte dell’efficienza energetica".

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