La multinazionale tascabile

Macchine Speciali

“In un momento complesso come l'attuale, siamo riusciti a mantenere costante la nostra crescita, anche se non neghiamo che talvolta le decisioni e le iniziative intraprese sono state accompagnate da difficoltà”. Lo dice con franchezza Davide Canavesio, l'amministratore delegato dell'azienda torinese Saet Group, produttore di impianti 'su misura' per il trattamento termico a induzione, senza nascondere l'evidenza. Canavesio ammette che l'obiettivo, dopo una crescita esplosiva nel periodo 2005-2008,
è ora “tornare ai fatturati pre-crisi e fare del 2012 potenzialmente uno degli anni migliori della storia del gruppo, pareggiando o superando i risultati del 2008”, partendo dal punto di forza dell'azienda, quello di essere fornitore one-stop-shop che assiste gli utilizzatori finali in tutto il mondo, e “affermandosi come una realtà multinazionale che sa dialogare tempestivamente con i clienti a livello locale”. Dopo il momento di forte espansione che l'ha portata a contare sette sedi nel mondo, 350 dipendenti (200 all'estero e 150 in Italia) e circa 35 milioni di euro di fatturato, Saet Group ha fronteggiato, come molti costruttori di macchine, gli effetti della crisi economica mondiale trovando nuove combinazioni per acquisire quote di mercato e mantenere alto il livello di innovazione ed eccellenza tecnologica.

Dopo la frenata nel 2009, già nel 2011 siete tornati ai risultati di fatturato del 2007, registrando un +10% rispetto all'anno precedente, il 2010. Come avete affrontato la crisi?

Non abbiamo mai smesso di investire. Nel 2009 abbiamo acquisito la società americana Edms Inc. esperta nei processi di riscaldo a induzione combinati con le tecniche di pressatura a tempra, azione che ci ha rafforzato in termini geografici, ma anche di linea di prodotto. Abbiamo esteso il nostro capannone di Leinì di ulteriori 4mila m2. Abbiamo messo a punto un nuovo impianto a induzione elettromagnetica per lingotti in silicio (DSS-Directional Solidification System- Furnace) dei pannelli solari, destinato al mercato fotovoltaico, che lanceremo ufficialmente tra qualche mese. Lo scorso novembre abbiamo poi inaugurato una seconda sede in Cina, a Shanghai (la prima, sempre a Shanghai, fu inaugurata nel 2009, ndr), con uno stabilimento di circa 1.500 m2 nel Songjiang District.

Esportate annualmente il 70% della vostra produzione e, di questo, il 50% è destinato ai mercati extraeuropei, in particolare India e Cina. Manterrà quest'importanza strategica per voi il Far East?

Sì, per Saet Group è inevitabile mantenere un focus sui mercati del Far East, l'unico contesto produttivo attualmente ancora capace di performance significative. Nei prossimi cinque o dieci anni, in particolare, i costruttori di macchine cinesi saranno ancora poco competitivi sul mercato interno in termini di qualità, quindi, per produttori come noi questo sarà un ottimo mercato. Gli utilizzatori finali cinesi che intendono produrre con elevati standard qualitativi sono potenzialmente acquirenti strategici di macchine internazionali, europee, e sono disposti a investire molto per avere un brand internazionale, acquistando anche in grandi volumi. Il mercato asiatico e, in particolare, cinese, è fondamentale per l'obiettivo di crescita del 20% che ci siamo posti nel 2012. Il futuro è la Cina dei grandi produttori del mercato automotive, che vogliono macchine speciali 'made in Europe'.

L'associazione Ucimu ha recentemente sottolineato la debolezza del mercato interno, penalizzante per i costruttori di macchine italiani. Cosa ne pensa?

Se ci focalizzassimo solo sul mercato domestico, per l'anno prossimo potremmo attenderci solo una crescita del 2%. La crisi internazionale e finanziaria e l'andamento degli spread scoraggiano le imprese ad investire in Italia e ciò contribuisce, in un circolo vizioso, a 'bloccare' il mercato interno.

La vera sfida oggi qual è?

Mantenere posti di lavoro in Italia con l'asse produttivo che si sposta sempre più pesantemente verso l'est del mondo. Se avessi considerato soltanto i volumi di vendita, avrei dovuto ridurre il team della nostra sede italiana. E, invece, è proprio questa la sfida: potenziare costantemente l'headquarter di Leinì, come fulcro delle attività di ricerca e sviluppo di prodotto, di progettazione, testing e power electronics. Anche se produciamo macchine nel Far East, il 50% del loro valore è sempre qui.

Un'urgenza per Saet Group?

Focalizzarsi ancora di più sull'organizzazione del lavoro. Fino a due anni fa, Saet Group era una realtà fatta ancora da aziende diverse, frutto delle progressive acquisizioni. L'obiettivo ora è essere realmente un 'gruppo', una vera e propria 'multinazionale tascabile', per essere globali, ma vicini alle esigenze locali. Un'altra urgenza è 'centralizzare' la formazione, investendo sulla tutela, sullo sviluppo e sulla valorizzazione del know-how interno.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrate?

Gli aspetti finanziari, legati al contesto economico in cui operiamo. I tassi che salgono e corrodono i margini. I ritardi nei pagamenti.
Se, in termini di interessi, i concorrenti esteri si finanziano ad un terzo rispetto all'imprenditore italiano, questo lo rende progressivamente più debole e meno competitivo.

Come superarle?

Dialogando molto con le banche, per trovare nuove sinergie. In modo intelligente.

Obiettivi di fatturato a parte, cosa si augura per l'anno che inizia?

Di ritrovare in azienda lo spirito pre-crisi. Di non venir meno alla mia responsabilità di imprenditore nei confronti del territorio. Credo molto in questa responsabilità: non si può lamentare l'assenza di crescita sul territorio, se è poi l'imprenditore italiano, per primo, a non fare tutto il possibile per promuoverla nel Paese.

A cosa non vale la pena di rinunciare?

Ad essere chiari con collaboratori e partner. A mettere sempre, in quello che si fa, un proprio sistema valoriale e un'etica del lavoro, anche con il rischio di essere, a volte, un po' irrazionali.

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